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Consigliera di Parità della Provincia di Avellino

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DONNE E POLITICA

Dibattito

Riportiamo qui un dibattito molto stimolante ad iniziativa del CentroDonna sul ruolo delle donne e quello della politica alla luce della recente campagna elettorale.

IN QUESTA CAMPAGNA ELETTORALE, oltre a tante altre anomalie, ne stiamo vivendo una per noi particolarmente intollerabile.
Ancora una volta la scarsa presenza delle donne in lista, in posizione eleggibile, a fronte di un 52% di elettrici.
Soprattutto però, sono assenti, in questa campagna elettorale, le parole delle donne, le loro priorità, le loro proposte di cambiamento culturale, politico ed economico per tutto il Paese.
Perché di questo si tratta: non certo solo di quote rosa.
Vogliamo perciò, oggi, provare a ragionare su come potrebbe e dovrebbe essere la nostra società se questa valorizzasse a pieno l'apporto teorico e pratico delle donne.
Questo in una prospettiva di cambiamento degli assetti politici attuali, visto che, più di altri, le donne hanno bisogno di un mutamento profondo, per fare saltare luoghi comuni, vecchie incrostazioni culturali ed occupare un posto che sia di agio nella società.
Su questo tema invitiamo ad intervenire le donne, con un loro contributo di idee, per essere presenti ad Avellino, nel dibattito elettorale.
Centrodonna Avellino

DONNE CHE ENTRANO IN POLITICA, con la forza delle parole delle donne.
Come fare in modo che altre parole entrino nelle istituzioni, nella politica, nel mondo del lavoro?
È veramente così impossibile pensare che la vita, con le sue urgenze, la sua verità, entri nello spazio pubblico, finora rigidamente governato dagli uomini?
Eppure questo è stato il senso della rivoluzione femminista avviata negli anni settanta: no alla rigida separazione di pubblico e privato, per cui all'uomo è stato assegnato il governo della politica e alle donne la cura della casa e degli affetti.
Le donne si candidano ad essere protagoniste della Politica, ma ad una condizione irrinunciabile: coniugare insieme personale e politico, dicendo no ad un mondo pubblico arido e burocratico, chiuso al contributo di tutto ciò che è altro da sé.
Un mondo in cui non compaiono le parole dei bisogni reali di donne e uomini;
che poi sono sempre le stesse: felicità, partecipazione, dignità, responsabilità comune.
Alla questione urgente e oggi improrogabile della partecipazione e presenza delle donne nei momenti decisionali della vita pubblica, appuntamento rispetto al quale l'Italia conosce un imperdonabile e anacronistico ritardo, lo Stato ha dato alle donne una risposta inadeguata, non all'altezza della questione: le politiche delle pari opportunità.
Politiche ispirate, sotterraneamente, all'idea di una minorità da difendere e sostenere, non di una forza da valorizzare, nell'interesse generale.
Politiche di difesa, che creano piccoli spazi di inclusione per le donne, senza porsi l'obiettivo di cambiare l'impostazione generale del mondo della politica e del lavoro, politiche che ribadiscono e fanno introiettare alle donne stesse l'idea di una inadeguatezza, in un gioco perverso di proiezioni che aggravano quello che vorrebbero sanare.
Per inserire le donne, a pieno diritto, sanando così una ingiustizia storica, bisogna ripensare tutto: dalla politica al mondo del lavoro, dalla società alla cultura.
Quale è la realtà attuale per le donne?
Nel mondo del lavoro le donne occupate sono poco più del 30% ed al Sud ancora meno.
Il 70% del lavoro precario, quello senza diritti, è donna.
Le giovani donne sono costrette a dover scegliere tra maternità e lavoro.
Sono lasciate sole a risolvere la conciliazione tra famiglia e lavoro, in assenza di reali politiche familiari, e gli effetti si vedono in una drammatica caduta delle nascite, soprattutto al Sud.
Le donne sono costrette ad omologarsi ad una organizzazione del lavoro che le ignora o, peggio, che le considera un ostacolo.
Peggiore è la condizione delle donne in politica.
Le donne elette nelle assemblee legislative sono circa il 10% e spesso sono cooptate ed escluse dalle scelte che riguardano le politiche generali.
Eppure le loro competenze spaziano dalla ingegneria alla medicina, dall'economia alla cultura giuridica ed hanno gli strumenti culturali e professionali per affrontare le questioni di interesse pubblico generale.
Intanto lo spazio pubblico si sta autodistruggendo, offre sempre meno opportunità di libertà a tutti: uomini e donne.
Ha bisogno di dividere e non di unire.
Prevedere la presenza a pieno titolo delle donne in Politica e nel mondo del lavoro significa introdurre nella società un concetto di realtà-altra e un modo di gestire il lavoro-altro e far avanzare una logica contraria alle divisioni, alle contrapposizioni, alle gerarchie.
A fronte della complessità delle proposte avanzate dalle donne, più che le strategie delle pari opportunità, finora inefficaci e che si sono rivelate, per questo, timide e deboli, occorre inaugurare il tempo delle grandi riforme culturali capaci di ribaltare la logica per cui basta fare un po' di spazio nell'esistente per accogliere le donne. Occorre cambiare i cardini, i meccanismi di funzionamento del sistema in generale. Occorre avanzare proposte coraggiose di leggi che cambino i tempi lunghi della mentalità e attacchino i punti deboli di sofferenza democratica delle donne. Bisogna creare le condizioni per cui la politica, il mondo del lavoro, considerino una ricchezza per tutti la diversità femminile, una risorsa irrinunciabile per la Democrazia compiuta e per lo Sviluppo. Così ora non è. Di fronte ad uno Stato per cui le donne nello spazio pubblico sono invisibili, da contenere nel numero e nelle responsabilità, noi donne che facciamo? Ci ritiriamo, come peraltro sta già avvenendo?
Scegliamo la libertà o la necessità di non esserci perché lo spazio pubblico non ci somiglia e ci è estraneo o lavoriamo in un'altra direzione?
L'alternativa c'è.
Prendere consapevolezza che nello spazio pubblico noi non ci siamo e che questo non avviene per nostra inadeguatezza.
E la nostra assenza-esclusione è tanto più anacronistica perché oggi incontriamo tutti i giorni donne che sanno muoversi nella società, si danno da fare per sé e, al tempo stesso per gli altri e il mondo, non affascinate dal richiamo del potere, non succubi dei più forti, donne che vivono con intensità la loro vita in relazione con gli altri.
L'alternativa è entrare in politica forti della propria differenza di genere e pronte a segnare di sé questo spazio, perché parli anche delle donne.
Sentirci cittadine perché viviamo e lavoriamo in una società pensata anche dalle donne, segnata dalla nostra cultura, questa volta ricchezza per tutti: donne e uomini.
Partecipare alla politica in una ottica di genere è necessario, perché la forza delle donne sia talento da investire nel mondo comune, con un ritorno di guadagno per tutti.
È necessario agire, esercitare, rendere visibile la nostra consapevolezza che non c'è niente che ci è estraneo e che tenerci fuori dai consigli di amministrazione o dalle assemblee legislative, là dove si decide della qualità della vita di uomini e donne e soprattutto dei giovani, è, e ormai appare sempre più essere, un atto di espropriazione, fuori dal tempo della modernità, perché non ha nessuna giustificazione culturale e sociale, ma rappresenta solo un arroccamento in antichi privilegi.
Di donne autorevoli, ricche di esperienza, sagge e prudenti e nette e determinate, in Italia in questi anni, come nel resto d'Europa, ne conosciamo tante.
Donne ricche di teoria e di desiderio di spendersi e cimentarsi.
E se pensassimo e lavorassimo in questa direzione, prevedendo spazi e opportunità ancora oggi negati?
Ma è necessario che nuovi scenari politici si aprano, anche col nostro consapevole contributo.
I tempi sono maturi.
Centrodonna

QUEL TENACE E PERVICACE MECCANISMO DI ESCLUSIONE
Della cittadinanza e non solo il CentroDonna continua a parlare.
Se fosse solo una questione teorica, probabilmente, non metterebbe conto parlarne ora, in periodo elettorale.
Ma è della nostra vita che si tratta e di questo noi abbiamo esperienza e conoscenza e urgenza di parlare ora, quando sono in ballo scelte che rendono possibili altre scelte.
Tutto è politico, anche il gesto più "neutro" e scontato differisce nel senso comune se è un uomo o una donna a compierlo.
Gesti inoffensivi, automatici eppure legati a un filo lungo, lunghissimo che ha separato la vita e la sua riproduzione dall'agorà della polis e dalle sue leggi.
Tutto è calmo, finchè tutto scorre sui binari di sempre, sulle scelte che si danno in modo automatico e scontato per tutti.
Ma se ci fermiamo a pensare, se qualcosa interrompe l'automatismo, se fischia, pirandellianamente, il treno anche per noi?
Il modo sottotono in cui le donne italiane, per decreto, ottennero il diritto di voto nel '45, ha nascosto, ha ignorato, con una concessione di partecipazione pubblica, tutto un privato assegnato alle donne, alle quali non è stata data nessuna rilevanza, nessuna opportunità nella definizione di ciò che è bene comune e del modo in cui raggiungerlo.
Bene e ricchezza comune visti e costruiti senza la voce delle donne, come se esse non fossero portatrici di esperienze rilevanti per il bene comune. Se la cittadinanza, come conquista della modernità, è nata senza comprendere le donne, la loro possibilità partecipativa, recentissima, nei tempi lunghi della storia, richiede una cultura nuova da far diventare senso condiviso.
Non sono le donne ad essere estranee alla vita pubblica, alle responsabilità che essa comporta, ma è il modello di cittadinanza che, nata come maschile, è lontana dalla esperienza, dalle responsabilità private, dai tempi delle donne, dal loro approccio alla vita.
Il dilemma tra carriera e famiglia, il "ricatto" fra autorealizzazione e cura dei figli, perfino tra lavoro e maternità, pesano sulle scelte delle donne, che sono, anche nella esperienza della libertà sperimentata, tenute da un filo lungo che le stringe e le tiene legate a responsabilità che pesano solo sulle loro vite.
È necessario e possibile ora un rilancio democratico, non solo cambiando questa legge elettorale che ci accompagna malamente al voto, ma in una prospettiva più strategica, cambiando le modalità dell'accesso ai luoghi delle decisioni, ma soprattutto facendo circolare una cultura della vita che è cambiamento e definizione di nuovi campi, di nuovi territori di accesso per tutti.
Questo significa fare scelte qualitativamente diverse anche sul tipo di sviluppo, su come valorizzare competenze e capacità diverse e mai compiutamente espresse ed esprimibili in una società in cui le donne sono entrate come una "aggiunta", non nella pienezza di una complessità da valorizzare. C'è una vita sotterranea delle donne che ha trovato altri luoghi per esprimersi.
C'è un tenace e pervicace meccanismo di esclusione che rende più povera la nostra società.
I due mondi devono potersi incrociare.
L'esempio di donne ai massimi livelli decisionali in Inghilterra, in Germania, in Spagna, in Finlandia e non solo, ci dice che il confronto con l'Europa può servire anche a toglierci vecchie incrostazioni e a produrre libertà e campi di cimento nuovi.
Le scelte oggi più che mai contano.
C'è chi le teme.
Noi lo vogliamo.
Non si tratta di una acquisizione solo di principio, ma di opportunità concrete che possono aprirsi anche per noi, anche nel Sud, per giocare altri giochi, per entrare nella società forti di una propria consapevolezza.
Non più invisibili, non rese superflue e ininfluenti.
La vita ristagna se non viene rilanciata, rinnovata da nuove possibilità.
Abbiamo tante cose da fare, tante cose da pensare, tante da cambiare, tante da iniziare, tante da raccontarci, uomini e donne, insieme.
In questa campagna elettorale, oltre a tante altre anomalie, ne stiamo vivendo una per noi particolarmente intollerabile.
Ancora una volta la scarsa presenza delle donne in lista, in posizione eleggibile, a fronte di un 52% di elettrici.
Soprattutto però, sono assenti, in questa campagna elettorale, le parole delle donne, le loro priorità, le loro proposte di cambiamento culturale, politico ed economico per tutto il Paese.
Perché di questo si tratta: non certo solo di quote rosa. Vogliamo perciò, oggi, provare a ragionare su come potrebbe e dovrebbe essere la nostra società se questa valorizzasse a pieno l'apporto teorico e pratico delle donne.
Questo in una prospettiva di cambiamento degli assetti politici attuali, visto che, più di altri, le donne hanno bisogno di un mutamento profondo, per fare saltare luoghi comuni, vecchie incrostazioni culturali ed occupare un posto che sia di agio nella società. Su questo tema invitiamo ad intervenire le donne, con un loro contributo di idee, per essere presenti ad Avellino, nel dibattito elettorale.
Franca Troisi, Centrodonna Avellino

LE DONNE, LA POLITICA E TUTTO IL RESTO
Ho accolto con piacere l'invito rivolto dal Centrodonna di Avellino ad essere presenti nel dibattito elettorale, al femminile.
Ecco il mio piccolo contributo di donna, nel sindacato, nel lavoro, nel ruolo ansiogeno di madre, nell'impegno sociale e qualche volta politico.
Introduco con una citazione dal Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre "Una cultura machista del periodo giurassico ancora permea come un virus il nostro intero tessuto sociale." (Candido Grzybowski, sociologo brasiliano).
Personalmente, mi sento una donna italiana arrabbiata, come le femministe di qualche decennio fa, nonostante io non abbia partecipato alle lotte del femminismo, per età.
Sono arrabbiata perché nonostante quelle lotte, nonostante la legislazione (debole, inapplicata o altro), nonostante la sofferenza, la nostra metà del cielo non è abitata a pieno titolo ed ad eguali diritti applicati.
Ci siamo illusi tutti che con gli automatismi legislativi sulle Pari Opportunità qualcosa cambiasse, che le quote rosa (dette anche "quote panda"!) fossero accolte come prassi e non come obbligo di legge.
E così con le mie esperienze politiche (piccolissime), lavorative e materne (grandissime entrambe) mi sono trovata d'accordo con il Prof. Prodi sulla necessità legislativa delle quote.
Anche nel sindacato il problema della partecipazione delle donne è serio, e non tutte le organizzazioni sindacali si sono date regole serrate per risolverlo. Ovvero, il soffitto di cristallo, pur in presenza di norme prescrittive (ma mai sanzionatorie!), è sempre e comunque lì.
Non ricordo chi, ma qualcuno ha già detto che la civiltà di un Paese si misura attraverso il grado di libertà delle donne.
Infatti, non siamo l'unico Paese dell'Occidente ad affrontare questa vergogna per la civiltà.
La Spagna si sta liberando di retaggi a dir poco medioevali, grazie al coraggio di Zapatero e l'intelligenza della sua Prima Ministra.
Eppure, il Time Magazine, del 30 gennaio scorso, titolava "la Questione tedesca" un dettagliato resoconto di come la civilissima Germania non avesse per nulla abbattuto il divario, e dunque risolto la lacerazione delle donne tedesche, tra lavoro e professioni negate e familismo obbligato da un paternalismo ottuso.
Lì, come sta succedendo in mezza Europa, le donne - specialmente quelle della ex DDR - cinicamente rinunciano ad essere anche madri, mogli, figlie, agitandosi in un "normale" caos che impedisce l'integrazione tra il personale ed il pubblico di uomini e donne (da Ulrich Beck).
In Giappone, altro civile e ipertecnologico Paese, le cose starebbero anche peggio. Non salviamo neanche le zone interne degli States.
Riconosciamo alla Francia un'etica che non è stata da noi importata, ma dovremo adottare il metodo scandinavo (le quote) per imporre quello che la nostra cultura ed il vigente sistema trasversale di pregiudizi non consente: diritti di partecipazione e decisione.
Ma anche lì, l'assassinio di Anna Lindh ha avuto il movente di un rigurgito di maschilismo reazionario.
Non è di moda parlare di uguaglianza, perché le donne sono diverse;
né di primato, perché si può diventare discriminanti al contrario.
E la lotta per l'emancipazione del secolo scorso riguardava i diritti civili ed economici, anche se nei fatti e nelle opinioni comuni non sempre celate, la direzione dello scambio è ancora definita e fissa: risorse (economiche, di prestigio, di potere, di status) vs prestazioni di cura ed accudimento per gli uomini e per gli anziani, i minori e i malati della famiglia.
Come chiameremo questa regressione subita a denti stretti che colpisce la nostra civiltà, quella del terzo millennio? È davvero solo la conseguenza di un governo non progressista?
Cosa si può dire quando il sistema elettorale delle liste bloccate da poco vigente ha smascherato - purtroppo - l'ostilità di tutti i partiti ad inserire più donne o donne di originale valore nelle liste?
Guardiamo impotenti ad imposizioni ed alchimie elettorali che riconfermano tutti i pregiudizi sul potere, sulle donne di potere (qualunque esso sia), sull'uso del potere nei confronti delle donne.
Intanto, si passa il tempo a chiedersi con malizia: ma Vladimir Luxuria, in Parlamento, dovrà mettersi la cravatta come tutti gli onorevoli maschi, o no?
Riflettiamo, noi donne arrabbiate, da sole ed incredule sull'indifferenza delle giovanissime generazioni di donne che intimamente e forse inconsapevolmente credono al principe azzurro, aspettandolo in nome di una vita delegata come alternativa valida alla disoccupazione e alla sottoccupazione rosa, al disimpegno politico, sociale e professionale istillato quotidianamente attraverso i media di massa.
Per questo, il nostro attuale Primo Ministro (e speriamo presto e definitivamente ex) può permettersi di dichiarare l'impossibilità di trovare donne da candidare al Parlamento, in quanto già madri e spose appagate. Ed anche per questo ci meraviglia la convinzione e la pervicacia della Ministra Prestigiacomo, svelate nell'inganno solo dall'ironia dell'attrice comica Paola Cortellesi.
A me piace dire che, sociologicamente parlando, il berlusconismo non è la causa dei nostri problemi, ma la risultante di un lungo processo di de-responsabilizzazione collettiva, operata attraverso condizionamenti culturali mirati di tipo pubblicitario.
Ha il suo bel da fare la psicologa Maria Rita Parsi (che l'Otto di Marzo ci è venuta a trovare, grazie alla nostra Presidente della Provincia) ad esortare le ragazze di oggi e di ieri a non contare su null'altro che se stesse.
Il resto, tutto il resto verrà da sé.
Speriamo.
Marika Borrelli Dirigente CGIL

QUELLO CHE LE DONNE NON DICONO
Stimolante è l'invito che il CentroDonna ha lanciato ad intervenire nel dibattito elettorale.
Ed è stimolante tanto più perché in una campagna astiosa ed incattivita invita ad intervenire declinando termini come felicità, partecipazione, dignità, responsabilità comune.
E le parole sono importanti, soprattutto perché non sono mai neutre, soprattutto quando riguardano le donne.
Basti pensare ad alcune dissimmetrie grammaticali riguardanti le professioni, specie quelle di prestigio, che sono spesso indicate al maschile, (avvocato ma non avvocata, ingegnere e non ingegnera) mentre i mestieri registrano i termini grammaticalmente corretti di cameriere/cameriera, parrucchiere/parrucchiera, contadino/contadina); o a dissimmetrie semantiche, che fanno si che alcuni termini assumano diverso significato se riferiti a uomini o a donne: serio/seria; segretario/segretaria; maestro/maestra; pubblico/pubblica; onesto/onesta.
Lo scopo, più o meno consapevole, di tutti questi meccanismi linguistico-concettuali è il richiamo continuo ad un ordine simbolico e materiale che ha confinato le donne nell'ambito del corpo, della riproduzione biologica e sociale, della cura familiare, non riconoscendo e valorizzando l'apporto positivo e complementare che la componente femminile può proporre rispetto al modello tradizionale.
La conseguenza è il permanere di uno squilibrio di opportunità in base al sesso, che penalizza le donne anche a parità di istruzione, di doti personali, di esperienza e competenze maturate.
Un fenomeno che tiene ancora distanti tante donne dalle posizioni decisionali e di responsabilità e che ben riflette quanto avviene nelle cariche elettive (politica, sindacato, ordini professionali, ecc) in cui sono le regole del gioco non scritte delle fasi di cooptazione e promozione, che mettono in difficoltà le donne: fasi in cui i tempi, l'omologazione e la sottorappresentanza hanno un ruolo decisivo.
Questo fa si che le donne rischino di non poter contare pienamente sulla possibilità che i propri bisogni siano ascoltati e godano di una piena rappresentanza.
Spesso, infatti, quelli che vengono presi in considerazione sono i bisogni di un "generico individuo", senza distinguere tra uomini e donne, senza tener conto del fatto che i bisogni di uomini e donne possono essere virtualmente sempre differenti (ad eccezione dei diritti primari della persona), così come sono diverse le risorse di cui dispongono e questa diversità influenza il modo in cui uomini e donne accedono, usufruiscono e vivono le diverse situazioni lavorative, personali, famigliari, sociali.
La mancata considerazione di queste differenze nella definizione dell'intervento pubblico può portare a produrre effetti distorti sulla partecipazione e sugli impatti e risultati.
Un esempio può essere costituito dalle statistiche sulla disoccupazione, che non tengono conto di quanto le donne siano più soggette a fenomeni di scoraggiamento nella ricerca di un lavoro rispetto agli uomini e quindi di come la popolazione femminile inattiva può nascondere una quota significativa di disoccupazione nascosta Ugualmente ingannevoli possono essere gli entusiastici dati che spesso fanno riferimento al massiccio ingresso delle donne nel campo dell'imprenditoria prendendo a base l'ingente numero di richieste di finanziamento a valere sulla legge 215.
Una più attenta lettura dei dati e del contesto potrebbe smorzare gli entusiasmi: dietro i nomi di donne aspiranti imprenditrici spesso si celano mariti, fratelli e padri che in questa forma di agevolazione intravedono l'opportunità di avviare un'attività grazie all'erogazione del 50% del capitale a fondo perduto.
Non a caso le sovvenzioni per il lavoro autonomo non espressamente riservate alle donne vedono spesso una bassa partecipazione femminile.
Nello stesso errore valutativo è facile cadere quando, per misurare l'efficacia di un corso di formazione, si considera il numero delle richieste di partecipazione femminile pervenute o il numero delle donne effettivamente partecipanti.
E' evidente che in un contesto territoriale carente di opportunità formative e professionali anche un corso per stenodattilografa verrà preso d'assalto, ma questo non vuol dire che corrisponda alle esigenze delle donne né allo sviluppo del contesto territoriale di riferimento.
Sarebbe necessario, quindi, dotarsi di parametri non meramente quantitativi, idonei a fornire una lettura di genere degli strumenti di intervento e dei loro effetti al fine di sottrarre il principio di pari opportunità al rischio della non valutabilità.
Una corretta formulazione delle principali domande valutative in materia di attuazione del principio di eguaglianza di opportunità dovrebbe elaborare indicatori che consentano di misurare quanto si siano ridotte le disparità fra donne e uomini nel sistema economico-sociale destinatario delle risorse nel periodo considerato, e in che modo contribuiscono gli interventi strutturali alla costruzione di un modello di sviluppo fondato sull'equilibrio distributivo di risorse e responsabilità tra donne e uomini Di fronte al contrasto tra le evoluzioni sociali in atto ed una politica stantia nelle sue leadership e nelle sue capacità strategiche l'auspicio di un maggior numero di donne impegnate in politica non è, ovviamente, fine a se stesso.
Una donna eletta non è importante come dato meramente quantitativo, come bandiera posta da un movimento in quanto un'altra posizione di potere è stata espugnata.
E' importante se riesce a fare rete e a farsi, più che portavoce, esempio di una metodologia diversa e di un diverso e più partecipativo approccio alla gestione della cosa pubblica, in cui, appunto, parole come felicità, partecipazione, dignità, responsabilità comune abbiano senso in quanto risposta ai bisogni primari di donne e uomini.
Tonia Maffei

INTERCETTARE CIO' CHE DI NUOVO C'E' NELL'ARIA
E' sempre bello sentir parlare di donne.
Ancora di più, di donne che parlano di donne , per chi conosce il ritmo musicale delle loro voci, la luce dei loro occhi... è il ricordo delle nonne che parlottano davanti alle porte di casa nei paesi;
è la voce delle nostre madri che cucinano, lavorano e raccomandano, che si preoccupano;
di noi stesse, più giovani, magari non ancora madri, a metà tra lavoro e voglia di volare che ricerchiamo, complici altre donne in un parlare infinito fatto di emozioni e ragioni...
E allora ben venga questo momento in cui donne che hanno età diverse e vissuti diversi scelgono di incontrarsi per parlare.
Qui c'è un gran bisogno che si ricominci a parlare, che ogni pezzo della società ricominci a parlare per perimetrare lo spazio dei diritti da esigere.
Il sistema della delega e della rappresentanza non basta più perché non rappresenta, non legge, fa fatica ad interpretare, quando non distorce, omettendo.
La politica fa fatica a intercettare , a stare dietro e a tradurre in diritti i moti e le esigenze delle diverse e frastagliate componenti della società , non più omologabili per classi sociali , per generazioni , espressioni di esigenze in movimento più che categorie nette e stabili .
In particolare la politica e i partiti hanno dato alle donne e alle esigenze del mondo femminile una risposta insufficiente e demagogica.
Sono nate allora singolari espressioni.
"Quote rosa" e "Pari opportunità", parole in libertà, variopinte e friabili come fenomeni di costume temporanei.
Arricchiscono il lessico del politichese e i gerghi del giornalismo ma sono frutto di un pensiero politico miope e di un agire politico caratterizzato dal gioco al ribasso.
Emancipazione femminile è un'espressione che non appartiene alla mia generazione, la generazione x, quella di chi ha 30 anni oggi; appartiene alla generazione delle nostre madri ma se c'è un motivo per cui ha ancora validità, questo sta nel senso della grande sfida che rappresenta ancora.
La sfida cioè a starci in un mondo non organizzato a nostra misura, consapevoli della diversità che ci è propria e consapevoli del fatto che alla nostra responsabilità personale, al nostro impegno costante è demandata la possibilità di trasformarlo in modo che possa accogliere la nostra voglia di starci in questo mondo tutte intere, non parcellizzate, non solo madri o mogli, non solo professioniste, non solo militanti ma persone, tutte intere, con tutto l'insieme e la complessità di ruoli che sta dietro all'essere donna, senza dover pagare il prezzo duro di scelte imposte dall'esterno.
E' facile comprendere che se questo è l'obiettivo una soluzione come quella delle quote, all'interno dei partiti, è proprio una non soluzione.
Non riesce ad affrontare il problema alla radice. Non offre una soluzione perchè finge di non vedere quale sia la reale questione.
Deve meravigliarci non il fatto che non ci sia un numero sufficiente di donne nelle liste dei partiti al momento del voto, o nelle amministrazioni pubbliche, in ruoli politici di rilievo, alla Camera, al Senato come se ciò fosse effetto di una volontà maschilista di selezione a monte.
Sarebbe più fruttuoso chiedersi perché le donne, anche quelle che per storia personale e cultura erano da sempre, per così dire "impegnate", abbiano sentito il bisogno, ad un certo punto, di allontanarsi dai luoghi della politica rappresentati dai partiti; perchè nei partiti non ci sia stato ricambio generazionale.
Semplificando un'analisi che per essere più articolata richiederebbe più spazio, le donne hanno abbandonato questo luogo della politica quando i partiti hanno smesso d'essere i luoghi del "pensare" e del "fare", quando le dirigenze dei partiti, anche per contingenze storiche, sono diventate autoreferenziali, quando la sinistra ha iniziato a macerarsi nella ricerca di colpe presunte o reali e, in questa autoflagellazione insopportabilmente intellettualizzata, ha perso di vista l'oggetto della sua analisi, cioè la società, i suoi bisogni, i meccanismi, le dinamiche e gli squilibri economici che la connotano .
E se i partiti non sono più un luogo ospitale in cui "fare", se diventano i luoghi della tattica e della strategia mentre i contenuti e le pratiche dell'agire politico nella quotidianità vengono meno, che senso ha l'apologia della quota rosa?
Qualsiasi donna dotata di raziocinio e che conosce l'impegno e i sacrifici della partecipazione politica attraverso la militanza comprende perfettamente quanto quella della quota sia una triste misura tampone .
Aprire alle donne i luoghi della politica richiederà, alle donne che sono all'interno dei partiti, un impegno serio, un tempo lungo e spazi diversi, organizzati secondo logiche differenti da quelle attuali .
Diversa è la nostra modalità di starci nelle organizzazioni, nelle associazioni, nelle collettività, varrebbe la pena incominciare a rispettarla.
Questa modalità è fatta di partecipazione non formale ma sostanziale, di tempi e discussioni lunghe, di processi democratici che partono realmente dal basso, di emotività e razionalità, di sana praticità, di tutto ciò che ci caratterizza come specialmente diverse.
E solo se dall'interno dei partiti e nelle aggregazioni della società civile si determinerà questo mutamento non sentiremo finalmente più parlare di pari opportunità come se ogni disposizione legislativa a noi diretta fosse una misura straordinaria piuttosto che ordinaria .
La discussione, aperta dal CentroDonna in città, fa sperare in un'aria nuova.
E ne abbiamo bisogno, soprattutto qui che si ricominci a parlare, scegliendo semplicemente di svolgere la nostra funzione politica di cittadini, contribuendo con le nostre voci e le nostre idee a costruirla questa città un pò più a misura della maggioranza silenziosa che siamo, piuttosto che della minoranza vociante e chiassosa che abbiamo delegato a governarci per come essa sa e può.
E non è singolare che una discussione dal basso parta proprio dal mondo femminile, proprio per la sua recettività, per la capacità di intercettare ciò che di nuovo si muove nell'aria: il mondo delle donne non ha tempo per la paura perchè meglio conosce il coraggio.
Mi auguro che questa discussione sia ampia, che coinvolga anche quei mondi al femminile che magari guardano con diffidenza ad un certo nostro modo di parlare solo apparentemente fatto di categorie e lessici estranei.
Qui ad Avellino questa sarebbe una sfida davvero stimolante.
Se certe pratiche politiche diventassero comuni e condivise, proprio a partire da un confronto al femminile potremmo contribuire a costruire un senso nuovo della comunità, quello che ci è mancato finora.
Non c'è governo nazionale che ci possa salvare dalla nostra incapacità di autogoverno locale, dalla nostra irresponsabilità di cittadini: è tutto nelle nostre mani, dobbiamo solo imparare a vederlo e a crederci che la nostra città e la nostra Irpinia siano proprio di noi tutti.
Sinistra Ds ERika Picariello

8 APRILE CONDIVISIONE, NON SOTTRAZIONE
Penso che una delle convinzioni più pericolosamente diffuse riguardi il fatto che le donne occidentali non abbiano più nulla da conquistare.
La parità è stata non solo raggiunta ma in qualche misura ha anche tracimato i cosiddetti limiti del buonsenso e del buongusto.
Mi dispiace dover aggiungere che spesso sono le donne stesse a ribadire questo concetto, evidentemente ben introiettato, e non stiamo qui a ripetere perché e attraverso quale perversione ciò accada.
Mi è capitato di scrivere, in tempi non lontani, (ma che sembrano oggi distanti davvero una vita, sic stantibus rebus) che, invece, al sicuro le donne occidentali non lo erano per niente.
Intanto perché un diritto non esteso, un diritto eccezionalmente limitato ad una piccola parte, resta quel che è, e cioè un'eccezione, una eccentricità che, in senso etimologico, distante dal centro, è sempre in costante pericolo di revisione; e poi perché molto spesso la parità sancita per legge non si traduce in parità effettiva, culturalmente radicata.
Più di un miliardo di persone vive sulla terra in assoluta povertà e per l'ottanta per cento si tratta di donne.
Per quanto concerne le italiane si sa che sono più disoccupate, più precarie, e che sulle loro spalle pesa la quasi totalità della cure domestiche e parentali.
Le donne sono più brave a scuola, leggono di più, si laureano più facilmente, ma solo il 3% dirige una Università.
In più, le donne non si occupano di politica, o meglio non la fanno, o se la fanno, sono relegate in ruoli marginali e di facciata, in posizioni di strategica non eleggibilità.
Una situazione sconfortante, in controtendenza, apparentemente, con quanto accade in Germania, in Spagna, in Sud America perfino, ma assolutamente in linea, credo, con quella politica della sottrazione espressa negli ultimi cinque anni da una destra sessuofoba, reazionaria e bigotta. Sottrazione lenta e costante di diritti, spazi, sogni, futuro.
Di politica, tout court.
Tutto è stato rimesso in discussione insieme all'idea stessa di Welfare, tutto può essere ed è stato ripensato, compreso, a mio avviso, il diritto, conquistato a fatica, delle donne di decidere del proprio corpo.
E ( di nuovo) rischia di passare il messaggio inquietante che i diritti delle donne e quelli della famiglia (tradizionalmente intesa) debbano, superati certi livelli di guardia, fatalmente cozzare.
Insomma, ancora una volta, le donne, vengono percepite come destabilizzanti.
E, di fronte al vecchio, travestito di nuovo, che avanza lo sono davvero e con orgoglio, a mio avviso.
La voce delle donne racconta una storia diversa, che non è fatta di sopraffazione, che non tollera discriminazioni. Per una politica della con-divisione, e non della sottrazione.
Claudia Iandolo

UNA CITTADINANZA ATTIVA, OLTRE LO STARE INSIEME
"Si come volle la lor reina, tutti sopra la verde erba si puosero in cerchio a sedere, ai quali ella disse così: Come voi vedete, il sole è alto e il caldo è grande, ma novellando questa calda parte del giorno trapasseremo; e perciò, quando questo che io vi dico vi piaccia, faccianlo; e dove non vi piacesse ciascuno fino all'ora del vespro quello faccia che più gli piace"
Boccaccio ci avvicina a donne che insieme a tante altre ci hanno indicato, nel corso dei secoli, una forma di politica basata non sul potere e l'autorità, ma sul desiderio di libertà, sulla convivenza, sulla mediazione con donne e uomini, sull'aderenza ai contesti, sull'attenzione alla parola, alle storie, alle esperienze, ai saperi e alle capacità delle donne che per emergere devono trovare i luoghi e gli spazi idonei.
Questi non devono necessariamente coincidere con quelli istituzionali, ma senz'altro con lo spazio pubblico dove si svolge "la vita attiva" delle donne.
Donne che hanno maturato un senso della femminilità "proprio", non schiacciato sui desideri maschili, né sulle mode, né su teorie troppo spesso ferme all'enunciazione.
Un senso della femminilità costruito sulla consapevolezza della libera e singola identità può e deve trasformarsi in un ponte verso le altre donne, soprattutto verso quelle del Sud del mondo che per entrare in contatto con noi donne occidentali, apparentemente più emancipate e libere di loro, devono avvertire un'accoglienza fiduciosa della loro diversità storica, religiosa, sociale.
Oggi il pensiero della differenza deve porsi due grandi obiettivi: Allargare la rete di relazioni con donne e uomini, tra donne di generazioni diverse, tra donne provenienti o inserite in luoghi diversi.
Realizzare una cittadinanza attiva che vada oltre lo stare insieme fra donne.
È giunto il momento di entrare nei luoghi istituzionali, di imparare a gestire spazi decisionali, di mettere in pratica le teorie politiche su cui tanto si è dibattuto e riflettuto, in sintesi è ora di diventare effettivamente soggetti politici!
Va superato il senso di spersonalizzazione, di noia, di non-condivisione che spesso le donne provano nei confronti della politica e delle istituzioni che oggettivamente sono declinate al maschile. Oggi le donne possono entrare in politica senza doversi omologare, ma con l'intento di cambiare l'ordine delle cose. Le donne da sempre abituate a far fronte a una serie infinita di incombenze sono le più idonee ad occuparsi della vita reale delle persone e dei loro bisogni, sono le più adatte a parlare con la chiarezza della lingua materna dei gravi problemi economici e sociali del nostro paese, senza ridurli, come sta avvenendo in questa campagna elettorale, ad una selva di dati, cifre, numeri dietro cui il potere manovra come vuole o come può, sono infine più capaci di tessere relazioni finalizzate al coinvolgimento e al consenso.
Non interessa il problema numerico di "più posti e più potere alle donne", è un problema qualitativo quello a cui si mira, alla luce del dato che, quando le donne decidono di esserci, sono capaci di innovare, moralizzare, promuovere libertà.
insegnante Lia Tino

"MI PIACEVA LEGGERE LA MIA INDIVIDUALITA' con occhi puri neutri oltre le distanze tra il così dato maschile e femminile, mi piaceva vivermi come persona secondo una personale evoluzione oltre definitori comandamenti, mi piaceva seguire la natura, senza rimanerne inseguita e frenata negli slanci, mi piaceva capire il mio corpo seguirlo fino in fondo alle sensazioni più profonde per liberarlo al senso del mio sesso e ricondurmi a me stessa in congiunzione con la pelle, la mia.
Mi piaceva la mia interezza, armonia di contrasti, cercare altro bastandomi, e fare scivolare i molteplici aspetti di me senza rincorrerli, lasciarli andare.
Mi piaceva penetrare i boschi scoprirne il pericolo, e farlo da sola, ridacchiare con le persone davanti una birra, ubriacarmi senza freni, ballare con tante pezze colorate, ventagli, cappelli, gonne larghe, cinture, quante giravolte nei miei colori per poi ritrovarmi in tanti letti diversi; passata la sbronza, fumare ripartire, e farlo da sola.
Non sai quanto mi piace baciare.
Lo facevo spesso, a volte mi fermavo solo alle labbra perché mi andava così, mamma quante labbra ho baciato e lasciato.
A volte, quando mi andava usavo rossetti forti, le palpebre le truccavo ogni giorno di un colore diverso, il mio sguardo cambiava secondo i sorrisi e a volte piangevo, a volte arrossivo. Amavo corpi o anime indifferentemente.
Viaggiavo vagabondavo e nel trascurarmi risultavo talvolta anche più affascinante.Avevo la determinazione per riuscire in politica, nelle scienze in medicina e così qualcuno mi ha voluto nelle sue liste elettorali.
Era così naturale e facile per le mie capacità raggiungere obiettivi senza trovare ostacoli e quando non ci riuscivo mi rasserenavo, finalmente mi lasciavo alle onde senza mai arrivare...
Mi hanno violentata mi violentano e mi violenteranno con pensiero, parole, opere e omissioni.
In alcune parti del mondo chi ha violentato il mio sesso resterà impunito, perché io non ho una testa, non ho un cuore, non ho un corpo che vive, non penso, non soffro e non parlo;
in altre parti dove sono più tutelata chi ha molestato il mio sesso avrà attenuanti penali perché io minorenne ero già stata usata e quindi pronta a consentirglielo.
Ora mi lasciano sola tanto non sto morendo.
Quando mi fanno fare la santa sono ossessionata dal peccato quando mi fanno fare la puttana cerco di compiacerne gli istinti.
A lavoro devo dimostrare ogni giorno di essere una testa capace tanto da non avere le debolezze di una donna che intenerisce.
Ho le responsabilità di una madre, le paure di una figlia, i doveri di una moglie, le aspettative di una donna emancipata.
Chi mi ha reso succube ha paura di un mio riscatto ma io stessa accetto il ricatto: amore, devozione, esaltazione in cambio di sottomissione.
Viversi in lui.
Sono lacerata da una società che continuamente mi condiziona emotivamente e mi vuole dominare, a volte mi stressano i parcheggi perché so che il clacson contro una donna sarà sempre più forte.
Certe amiche si divertono solo con i maschi, escono solo per loro e si stancano presto di me o io mi stanco presto dei loro discorsi maschiocentrici.
Quando sono a letto con un uomo cerco di non mostrarmi troppo esperta ma neanche troppo timida, se non lo soddisfo mi tormento: ho sbagliato, perché non mi vuole.
Sono maschilista perché la politica lo è.
Sono una donna, cerco il confronto con altre donne.
Noi tutte abbiamo una straordinaria capacità di empatizzare, siamo così complesse nelle mille sfumature che ci completano.
Le sofferenze ci hanno rese più profonde.
La sofferenza e la consapevolezza devono dare forza al nostro percorso, comune, politico, culturale. Solidarizzando cresceremo nella coscienza di noi stesse, impareremo a vedere chi e cosa ci ostacola, e amandoci impareremo anche ad amare meglio.
Sono tutte e a tutte rispondo".
Antonella Mancusi

SE TANTE DONNE PARLANO QUALCOSA CAMBIERA'
In questa tornata elettorale dai toni così accesi il Corriere ha dato ospitalità a un dibattito intenso e pacato, come sanno essere le battaglie di civiltà, quando in ballo non è il potere e il suo controllo, ma l'espansione della democrazia, la definizione di priorità che investono la tenuta sociale.
Il dibattito è nato intorno alla questione dell'assenza delle donne e delle loro parole in questa campagna elettorale.
Tutti gli interventi - aldilà dell'occasione contingente che ha dato vita al dibattito - sono stati in realtà, una opportunità di riflessione intorno al tema vero, all'origine della assenza delle donne nella politica, che è quello della necessità di una cittadinanza a misura di donne.
La domanda intorno a cui tutte hanno ragionato è stata: "L'inclusione delle donne nella Cittadinanza, nata come maschile, ha prodotto un modello di cittadinanza adeguata al genere femminile?".
I disagi soggettivi e oggettivi a vivere da donne nello spazio pubblico, evidenziati dagli interventi, sono da leggere alla luce di questa domanda.
Le urgenze democratiche delle donne, a questo punto, diventano urgenze democratiche della società tutta.
La Cittadinanza, nata senza comprendere la presenza femminile nelle istituzioni, deve essere ridefinita, in modo da vedere esplicitamente espressi anche le esigenze e i bisogni delle donne, e questo è un dato acquisito nella teoria politica.
L'esperienza europea di presenza numerosa di donne ai massimi livelli ci fa riflettere su quanto sia parziale, da parte delle donne italiane, il godimento dei diritti politici di partecipazione e di decisione istituzionali.
Non sono le donne italiane ad essere estranee alla vita pubblica, ma è il nostro modello di cittadinanza, che è lontano dalla esperienza, dalle responsabilità private, dai tempi delle donne, dal loro approccio alla vita.
Partendo da queste premesse le questioni poste dalle donne intervenute nel dibattito sono state tante: Le donne si sono avvantaggiate dai meccanismi messi in campo da decenni dalle politiche paritarie?
Sta di fatto che, nonostante gli interventi programmati e gli ingenti finanziamenti europei mirati a superare lo svantaggio sociale delle donne, ancora oggi sono poche le donne nel mondo del lavoro, e i dati ISTAT di questi giorni lo confermano.
E pochissime sono le donne in politica.
La soluzione al gap di presenza autorevole delle donne in politica può essere data dalle quote?
O si corre il rischio di un gioco politico al ribasso?
Non è arrivato il tempo di ripensare le politiche di parità, alla luce dell'esperienza, della mutata realtà sociale e delle nuove teorie economiche e politiche?
Soprattutto, non è arrivato il tempo di rivedere le politiche di parità capovolgendo la logica che le ha finora ispirate?
È possibile introdurre elementi persuasivi e promozionali che siano in grado di modificare comportamenti, rendendo vantaggioso assumere donne e servirsi delle loro specifiche competenze con incentivi e defiscalizzazioni alle imprese?
Le donne sentono che diversa è la loro modalità di stare nelle organizzazioni, nelle associazioni e questa diversità come può conciliarsi con il modo attuale di vivere i partiti e la politica?
Le donne sentono il bisogno di vivere la politica in modo diverso: una politica basata non sul potere o l'autorità, ma sul desiderio di libertà, sulla mediazione, sull'aderenza ai contesti, sull'attenzione alla parola, alla storia, alle esperienze e ai desideri legati alla vita.
I tempi lunghi della mentalità si modificano con scelte coraggiose, come quella di prevedere già ora, da subito, molte donne nei luoghi delle decisioni politiche generali.
Più donne nei luoghi dove si praticano scelte vitali per la comunità sono necessarie perché cambi il linguaggio della politica, perché la vita è politica.
Le donne devono poter intervenire nella definizione di quello che è il bene pubblico.
La ricchezza dei loro percorsi culturali e professionali rende anacronistica la sottovalutazione del loro contributo.
Le donne, in una visione diffusa, responsabile, creativa della società ci sono, ci vogliono essere e sanno di poter costituire la linfa vitale della democrazia.
È una riserva formidabile che ha bisogno di risorse e di opportunità anche istituzionali per esprimersi.
Essere donne, oggi sinonimo di debolezza, deve diventare una condizione forte, attuando interventi coraggiosi e fondanti di una nuova mentalità, anche attraverso la nascita di nuovi diritti per ampliare il concetto di cittadinanza.
Occorre riportare la famiglia nello spazio sociale e politico, affinché l'organizzazione del privato non ricada solo sulla vita delle donne.
Questo comporta la realizzazione di politiche familiari ispirate ad un principio nuovo, per cui tutti i componenti della famiglia sono portatori di diritti, ciascuno individualmente, in quanto cittadino.
Il dibattito è stato una esperienza ricca, uno sforzo reale di andare al cuore delle questioni e di delineare delle soluzioni.
È stato un momento forte di incontro di esperienze diverse e nello stesso tempo di convergenze e di comunanze di aspettative e di desiderio di vivere degli spazi reali di incontro, per continuare questa esperienza così vitale per tutte, di confronto e di scambio, nella libertà di linguaggi e di esperienze.
L'impegno è mantenere aperte le possibilità di incontro, perché abbiamo bisogno di costruire un universo di consenso e di risonanza.
Se nella società ci sono tante donne che parlano, e vogliono rendere visibile la loro diversità, qualcosa certamente cambierà.
Potranno rendersi possibili, in questa fase politica nuova, scelte istituzionali forti e innovative.
Le donne potranno finalmente mettere a disposizione dello Stato e della Comunità, le loro competenze, giuridiche, economiche, scientifiche e la loro determinazione ad essere presenti e visibili nello spazio pubblico.
Centrodonna, centrodonna.av@libero.it


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